Mario Sepe – Oltrepassare la forma

Il termine ‘Informale’ caratterizza una serie di esperienze artistiche novecentesche che professavano il rifiuto di qualunque FORMA figurativa o astratta, rapportabile a canoni razionali della tradizione culturale precedente.
L’Action Painting americana ne è un derivato consequenziale: la gestualità assume il ruolo primario di liberazione delle istintive energie interiori per trasferirle di getto sulla tela: nel ‘gesto’ non vi è alcun momento consapevole per razionalizzare ciò che sorge dall’inconscio. La grande attrattiva di questo genere artistico è l’autorealizzazione ,il ‘carpe diem’ durante cui si coglie il creatore (l’artista) all’opera. Da questo concetto derivano tutte quelle esperienze successive tra cui la Body Art o le Performances in cui il risultato estetico non risiede più nell’opera compiuta ma nella fase della sua creazione.
Mario Sepe, nella sua pur giovane esperienza artistica, propone la gestualità come atto fondamentale di libertà istintuale di tutte quelle energie interiori rivolte verso una costruttività positiva dell’esistenza.
Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, collabora con grandi marchi internazionali di moda e pubblicità ma continua a realizzare quadri e disegni per il puro desiderio di creare.
Nella seconda metà del secolo che ha preceduto il nuovo millennio, la tendenza artistica che maggiormente interessò l’Europa fu l’INFORMALE MATERICO di Fautrier che, come sappiamo, si fondava sulla problematica del contrasto o prevalenza della materia sulla forma. In tal modo si ruppe il confine tra immagine bidimensionale e immagine plastica proponendo creazioni non più attribuibili alla tradizionale categoria pittorica e scultorea: un concetto fondamentale già ampiamente affrontato e con grande anticipo, dal genio di Michelangelo.
Non a caso lo studio approfondito della figura del Buonarroti costituisce un importante trait -d’union tra Mario Sepe e la linea o il segno con cui realizza i suoi lavori, soprattutto quelli informali che meglio si rapportano ad una visione introspettiva ed emozionale dell’espressione creativa.
La distinzione di fondo che separa il giovane Sepe dalla filosofia classica dell’arte informale sta nel fatto che, mentre la gestualità del tracciare il segno o dello stendere il colore tipica della tradizione informale rispondeva alla volontà dell’artista di rappresentare alcunché ,ovvero voleva essere ‘altro’ dalla realtà , al contrario nel pittore napoletano ,pur volendo essere ‘altro’ dalla realtà, non desidera restarne fuori,non tenta di negarla anzi ne risalta il valore positivo, ne sottolinea l’estetica, anela ad estrapolarne la vitalità gioiosa che nella quotidianità di questo nuovo millennio si tende a lasciare piuttosto in disparte.
Unitamente alla caratteristica non più distintiva tra fisicità spazio –temporale e realtà autonoma professata dall’estetica informale e ribadita da Mario Sepe, non dobbiamo trascurare un altro elemento base della poetica di questo giovane artista e cioè la predisposizione all’onirico: l’automatismo psichico già teorizzato da Breton ma praticato dall’arte di Salvator Dalì e dei Surrealisti è un importante tassello per far emergere l’inconscio e fa parte del bagaglio culturale di M. Sepe ma mentre Dalì classificava questo automatismo psichico con il nome di ‘metodo paranoico-critico’ nel pittore italiano si modifica (proprio attraverso la lezione di Dalì) in un concetto più meditativo e si concretizza nell’esecuzione di getto, dunque imprimendo l’emozione direttamente sulla tela prima di smarrirne la purezza. Il sogno catturato nell’istante preciso in cui si manifesta è un sogno di speranza, un anelito all’ evoluzione spirituale che non può certo essere sottoposta ad una ideologia, quella contemporanea, oramai priva di vitalità, che mette il mondo materiale al centro di tutti valori esistenziali.

Anna Rita Delucca (storico e critico d’arte)

Mario Sepe - Oltrepassare la formaMario Sepe
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